Qualche giorno fa, mentre ero immersa in un’operazione di estrema precisione (futile, lo confesso!) mi sono accorta che nello sforzo di essere precisa stavo trattenendo il respiro e, a quel punto, i miei pensieri hanno cominciato a correre…
L’esigenza di perfezione richiede che si sospenda, se pur per una piccolissima frazione di secondo, il respiro che è vita. Essere perfetti significa quindi non permettere alla vita di scorrere?
Forse è così, perché la perfezione è uno stato ideale, un modello a cui tendere che però resta rigido, fisso. La perfezione è una maschera che blocca la spontaneità e la naturalezza, e ciò che è perfetto è, per definizione, qualcosa di compiuto, di finito.
Ma in natura la perfezione non esiste, è un regno spontaneo, apparentemente disordinato e caotico, mai uguale a se stesso e imperfetto, perché vivo.
E qui mi viene in mente l’osservazione che più frequentemente mi viene fatta dai clienti o da chi è semplicemente incuriosito dalla grafologia:
“Sa, io ho una brutta scrittura”
Intendendo con “brutta”, una scrittura lontana dal modello calligrafico perfetto che ci hanno insegnato a scuola. Ma la scrittura brutta, cioè imperfetta, è bella perché è naturale, viva ed espressiva, e per questo racconta lo scrivente con più sincerità delle grafie considerate “belle”, cioè estremamente ordinate e regolari, esteticamente perfette, ma meno spontanee.
Quali imperfezioni rivela la tua scrittura? Se desideri scoprirlo con una consulenza grafologica, contattami e sarò felice di aiutarti.