Qualche settimana fa una lettrice mi ha posto una domanda molto frequente, perché tocca un aspetto sensibile delle relazioni umane, e non solo affettive:
“Da una lettera si può capire la sincerità di una persona?”
Certo sarebbe bello se esistesse un segno inequivocabile, una sorta di naso di Pinocchio grafologico, che ci permetta di andare a colpo sicuro nello smascherare i bugiardi, mettendoci così al riparo da inganni, delusioni e ferite. Ma non è così semplice.
Mi arrabbio quando sento o leggo che basta la presenza nella scrittura di qualche riccio per stabilire la menzogna o, al contrario, che l’assenza di determinati segni rassicuri sulla sincerità di una persona, perché non si può determinare qualcosa sulla base di quello che non c’è.
Queste affermazioni fanno male alla grafologia.
I segni grafologici dell’insincerità
Se è vero che il segno della menzogna non esiste, è però vero che ci sono dei segni e dei gruppi di segni che indicano la tendenza all’insincerità.
L’insincerità ha diverse forme e motivazioni. La bugia per proteggere qualcuno, l’abbellimento di un fatto, nascondere quegli aspetti di noi che riteniamo negativi sono tutte forme di finzione. Tutti mentiamo, anche con intenzioni che non vogliono essere ingannevoli.
Ho parlato di tendenza non a caso, perché una predisposizione non sempre e non necessariamente si concretizza poi nel comportamento corrispondente. Numerosi, infatti, sono i fattori che possono influenzare le scelte e le azioni di ciascuno.
Per questo vi dico che, se nella grafia di un collega, di un familiare o del partner ci sono, per esempio, i segni del nascondimento o dell’astuzia o dell’evasività, non tagliate indispettiti i ponti con loro e parliamone insieme!
Perché, e non mi stancherò mai di ripeterlo, i segni vanno contestualizzati, la grafia va valutata nella sua globalità, nella sua dinamica individuale e unica di forze in sinergia e in opposizione fra loro.